Esistono miti e leggende che non conoscono spazio e tempo. La Befana è uno di questi.

La storia della vecchietta brutta e gobba che dodici giorni dopo il Natale porta doni  è veramente una storia universale. Questo ha del magico, tenuto conto del fatto che popoli diversi, lontanissimi tra loro, hanno concepito tutti una stessa figura. Ed in tempi in cui non esistevano internet e le telecomunicazioni.
Telepatia? Forse.
Ma cerchiamo di capire meglio l’origine di questo mito.

Perché si chiama Befana

Il termine Befana è molto più giovane della leggenda. Esso infatti è legato alla parola greca Epifania che significa manifestazione. Questo termine è di origine cristiana e indica la visita dei Re Magi alla Grotta di Betlemme per rendere omaggio a Gesù appena nato. Siccome la festa dell’Epifania corrisponde alla data in cui i popoli pagani festeggiavano streghe volanti che portavano doni, alla fine, a queste streghe venne dato nome “Befana”.

I riti propiziatori pagani

L’inverno, quando non c’era la tecnologia ad attutire il freddo o a donare luce e cibo, era veramente il periodo più duro dell’anno. In inverno tutto sembrava morto, lugubre e triste. Il regno della morte. Eppure gli antichi popoli sapevano che era proprio in questa fase  che la vita covava sotto le zolle aride e fredde.
Già nel X-VI secolo avanti Cristo nelle varie regioni d’Europa venivano celebrati dei riti propiziatori finalizzati alla rinascita imminente della natura. Guarda caso, le cose buone venivano portate da una vecchia che sembrava brutta e malandata, proprio come brutta era la natura in inverno.

I riti presso i Romani

Gli antichi Romani ereditarono i riti legati al mitraismo e li fusero con la festa del Sol Invictus. Questa festa veniva celebrata la dodicesima notte dopo il solstizio d’inverno. Nello specifico si celebrava la morte e la rinascita della natura. I Romani credevano che in queste dodici notti delle figure femminili volassero sui campi coltivati, per propiziare la fertilità dei raccolti. Il nome che i romani davano a queste figure erano Sàtia (dea della sazietà) e Abùndia (dea dell’abbondanza).
Sempre in questo periodo dell’anno i Romani celebravano un’altra festa legata alla rinascita, ovvero quella di Giano e Strenia, durante la quale ci si scambiavano regali.

Holda e Berchta presso i popoli germanici

Anche la mitologia germanica presenta figure simili a quelle delle streghe volanti italiche. Si tratta di Holda e Berchta, personificazioni femminili della natura che muore per poi rinascere.

Vita dura per le streghe con l’avvento del Cristianesimo

Il Cristianesimo già a partire dal IV secolo d.C., osteggiò i riti pagani, ma non riuscì a seppellire il mito delle dee dell’abbondanza volanti. E’ in questo periodo che alla figura della vecchietta venne associata quella della scopa. La scopa era infatti ritenuta un simbolo satanico, in quanto parte integrante dei riti legati alla purificazione delle case.

E la strega andò a fuoco e rimase il carbone

Sempre in questo periodo si diffuse l’uso di bruciare fantocci a forma di vecchia vestita di stracci. A dire il vero, quest’usanza era già diffusa e il fuoco non era una condanna, ma un modo per ridurre in cenere ciò che è vecchio, cosìcché il nuovo possa rinascere.
Cenere e carbone rimasti dai falò venivano donati insieme alle cose buone così da ricordare che il nuovo nasce dalle ceneri del vecchio e che bisogna morire per rinascere. Solo successivamente al carbone venne data una connotazione negativa. Divenne simbolo di punizione per i bambini che nell’anno precedente erano stati cattivi.

Il compromesso tra riti pagani e cattolicesimo

Sopravvissuta a condanne e superstizioni alla fine la Chiesa accettò la convivenza tra i riti della Befana e la festa dei Re Magi da celebrare 12 giorni dopo Natale.